11° Convegno Nazionale Volontariato di Pace “GLI ANGELI DI NASSIRIYA” – L’intervento del Coordinatore Nazionale FSI-USAE F.C. Paola Saraceni sul tema femminicidio

Il piano antiviolenza si è fermato, la barbarie sulle donne no. I sindacati, le associazioni delle donne, gli operatori che ogni giorno cercano di dare sostegno alle donne vittime della violenza oggi richiamano la politica alle sue responsabilità. Dall’inizio dell’anno a oggi sono stati già 24 i femminicidi, con una drammatica impennata nelle ultime settimane, quando si è dovuta contare una donna uccisa ogni 24 ore. Di fronte a tale emergenza, però, il Piano strategico per la lotta alla violenza maschile sulle donne rimane senza attuazione.

“Lo scorso 25 novembre i giornali titolavano “Via libera al Piano antiviolenza” – scrivono in un comunicato congiunto Cgil, Cisl, Uil, Associazione Nazionale dei Centri Antiviolenza D.i.Re, Associazione Nazionale Volontarie del Telefono Rosa – onlus, Udi Nazionale, Pangea, Rete per la Parità –  A distanza di 4 mesi, con un femminicidio ogni due giorni, quel Piano, frutto di un lungo confronto tra società civile, varie associazioni di donne, sindacati, ministeri e istituzioni, e che porta con sé la novità di un intervento finalmente strutturale sul tema, non è però ancora operativo”.

Il Piano strategico del governo per la lotta alla violenza maschile sulle donne adottato dal Governo per il triennio 2017- 2020,  è stato approvato in Conferenza Stato-Regioni e coperto anche con un finanziamento previsto dalla legge di stabilità, ma al momento i fondi non vengono erogati. Benché limitati, i soldi del piano sono essenziali soprattutto per sostenere i centri antiviolenza, unico baluardo per aiutare le donne che denunciano.

“Al Governo e al Parlamento chiediamo dunque di renderlo immediatamente operativo – dice il comunicato delle associazioni –  predisponendo le risorse economiche dedicate e rendendole immediatamente esigibili per la sua attuazione. Perché in una situazione drammatica come quella italiana, dove molto si dice e poco si riesce a fare per contrastare concretamente  la disparità di potere tra uomini e donne, alla radice del fenomeno della violenza, attendere ulteriormente è un fatto gravissimo”.

Le associazioni ricordano inoltre che all’attuazione del Piano lo Stato italiano è tenuto anche visti gli impegni presi ratificando la Convenzione di Istanbul. “Le donne non devono ancora subire violenze in attesa che tutti facciano quando dovuto e prescritto dal piano e che le azioni discusse e condivise trovino attuazione”.

Statistiche

Secondo le elaborazioni Istat sui dati del Ministero dell’interno, in Italia sono state 149 le donne vittime di omicidi volontari nel 2016. Nei primi 10 mesi del 2017, invece (secondo i dati Eures) sono state 114 a morire per mano di un uomo, confermando dunque il trend del 2016.

Di questi 149 omicidi, quasi 3 su 4 sono stati commessi nell’ambito familiare: 59 donne sono state uccise dal partner, 17 da un ex partner e altre 33 da un parente.

Nell’ultimo decennio, su tutto il territorio nazionale, la quota di omicidi avvenuti in ambito familiare ha oscillato dal 62,7% nel 2010 al picco del 77% nel 2014, per poi scendere al 73,2% nel 2016.

“La violenza contro le donne è un fenomeno di difficile misurazione, perché si sviluppa soprattutto negli ambienti più familiari, dove una donna dovrebbe sentirsi più sicura e dove può trovarsi ad affrontare in solitudine una situazione che la vede opposta a familiari o persone vicine. Per i fattori cognitivi e di esperienza che intervengono, questa forma di violenza ha spesso un impatto devastante sulla salute psico-fisica della donna – precisa il presidente Istat, Alleva nella sua relazione in Commissione – le ragioni per le quali questo fenomeno rimane in ampia misura sommerso sono proprio da ricercare nella prossimità con l’autore dei crimini, che, come abbiamo visto, è in tre quarti dei casi il partner o un familiare, e nelle complesse e contrastanti reazioni emotive e psicologiche che la violenza, episodica o reiterata, innesca nelle vittime”.

Troppe poche denunce

Le indagini Istat condotte sulla popolazione femminile hanno rilevato, infatti, uno scarto sensibile fra il numero di intervistate che riferiscono di essere state vittime di aggressioni, minacce e violenze sessuali e il numero di coloro che dichiarano di avere denunciato i fatti alle autorità competenti.

L’Istat ha stimato che nel corso della propria vita poco meno di 7 milioni di donne tra i 16 e i 70 anni (6 milioni 788 mila), quasi una su tre (31,5%), hanno subìto una qualche forma di violenza fisica o sessuale, dalle forme meno gravi come lo strattonamento o la molestia a quelle più gravi come il tentativo di strangolamento o lo stupro.

Quattro milioni e mezzo, invece, sarebbero le vittime di una violenza sessuale tentata oppure, realizzata.

Gli autori di queste violenze, più o meno gravi sono sempre loro: i partner attuali o gli ex. In sostanza, oltre due milioni e 800mila donne sono state vittime delle loro violenze.

Il 5,5% delle donne ha subito violenza dall’attuale compagno e quasi il 20% da partner del passato. In particolare, l’Istat identifica negli ex, gli autori del 63 per cento dei casi di stupro.

I casi archiviati

La Procura di Genova apre un altro fronte preoccupante nel momento in cui comunica che dal 2012 al 2017 in Liguria sono stati circa 1.100 i fascicoli per maltrattamenti arrivati alla chiusura: di questi, 300 sono finiti con un rinvio a giudizio ordinario, 140 sono andati a giudizio immediato e sei sono stati chiusi con un patteggiamento. Tutti gli altri sono stati archiviati dallo stesso pm oppure sono finiti con un proscioglimento davanti a un giudice per le udienze preliminari.

Sconcertante. Ma qual è la motivazione?

Non è possibile, in questo caso, puntare il dito contro la magistratura.  Purtroppo, spiega il procuratore capo di Genova Francesco Cozzi, sono ancora moltissime le donne che per paura o reticenza, davanti agli investigatori ritrattano i maltrattamenti subiti.
Una paura che porta a “lasciare” in libertà più della metà degli uomini indagati
. Un timore dettato dal sentirsi “sola” a contrastare non solo le botte ma anche le violenze e le minacce psicologiche.

I figli: vittime due volte

Ma c’è un altro dato in sconcertante aumento: la percentuale dei figli che hanno assistito a episodi di violenza sulla propria madre.

In ben il 69% dei casi, i bambini e le bambine sarebbero stati direttamente coinvolti (dal 15,9% al 24,6%).

“L’importanza di questo aspetto è testimoniata dalla relazione esplicita tra vittimizzazione vissuta e assistita da piccoli e comportamento violento – precisa Alleva in Commissione – il tasso di violenza dal partner attuale arriva al 25,4% se il compagno ha assistito alla violenza del padre sulla propria madre, per arrivare al 35,9% se ha subito violenza fisica da parte dei genitori, in particolare dalla madre.

Dati che devono far riflettere e che devono spingere le donne a reagire, a denunciare ma soprattutto a non ritrattare davanti ai magistrati, come ha indicato la Procura di Genova. Un atteggiamento che preserva le vittime da altre forme di violenza, spesso sempre più estrema, e allontana i figli da scenari di violenza che potrebbero essere vissuti, in futuro come una “normale” e assurda quotidianità.

Nel 2017 sono state 26mila le chiamate al 1522, il numero del Dipartimento delle Pari Opportunità di Palazzo Chigi, che raccoglie le storie di aiuto delle donne vittime di violenza. Di queste 4.227 sono arrivate da donne vittima di violenza, 630 per denunciare casi di stalking, 113 chiamate sono arrivate in emergenza. Ma se questi sono i numeri di chi trova il coraggio di uscire da un contesto di violenza, dall’altro c’è un numero di donne che rimane nel silenzio.

Fatto è che quello della violenza di genere, anche grazie ad un meticoloso lavoro di sensibilizzazione dell’opinione pubblica, si è trasformato da tema domestico a problema di rilevanza pubblica. In quest’ottica, anche la politica ha fatto la sua parte, mettendo in campo una serie di strumenti normativi per tutelare le donne che trovano il coraggio di denunciare i propri aguzzini.

La Convenzione di Istanbul

Uno dei primi atti di questa legislatura è stata la ratifica della Convenzione di Istanbul. Si tratta del primo strumento volto a creare un quadro normativo completo a tutela delle donne contro qualsiasi forma di violenza. La Convenzione interviene specificamente nell’ambito della violenza domestica, che non colpisce solo le donne, ma anche altri soggetti, ad esempio bambini ed anziani, ai quali altrettanto si applicano le medesime norme di tutela.

Il Preambolo della Convenzione riconosce inoltre che la violenza contro le donne è una manifestazione dei rapporti di forza storicamente diseguali tra i sessi ed aspira a creare un’Europa libera da questa violenza, sancendo il principio secondo il quale ogni individuo ha il diritto di vivere libero dalla violenza nella sfera pubblica e in quella privata.

La legge sullo stalking

Nel 2009, è entrata in vigore la legge sullo stalking che ha introdotto l’articolo 612 bis del codice penale una specifica previsione che identifica il reato “con condotte reiterate, minaccia o molesta taluno in modo da cagionare un perdurante e grave stato di ansia o di paura ovvero da ingenerare un fondato timore per l’incolumità propria o di un prossimo congiunto o di persona al medesimo legata da relazione affettiva ovvero da costringere lo stesso ad alterare le proprie abitudini di vita”.

Nell’ultima riforma del codice penale il reato è stato depenalizzato ed è prevista la possibilità dell’estinzione del reato pagando un risarcimento. Una svista, che ha creato grosso imbarazzo nella maggioranza che per voce del Ministro della Giustizia Andrea Orlando, ha promesso che si metterà riparo a questo errore.

Altri provvedimenti

Per le donne vittime di violenza e stalking il Ministero della Giustizia prevede il gratuito patrocinio. Nel 2013, primo anno di applicazione dell’istituto, il Ministero ha speso 100 milioni di euro e assistito circa 130 mila vittime.

È stato approvato il 23 novembre 2017, il nuovo Piano triennale Antiviolenza che stanzia 31 milioni di euro per i centri antiviolenza. Soldi che andranno a rafforzare quella rete territoriale che presta assistenza a queste donne nella fase di prima accoglienza e per i progetti di autonomia. In quattro anni, dal 2013 al 2017, le case rifugio sono passate da 163 a 258 mentre i centri antiviolenza da 188 a 296.

Troppo spesso il sospetto o la certezza del maltrattamento subito da una donna che conosciamo può suscitare sentimenti di rabbia o, peggio, incredulità. Gli ultimi casi di cronaca raccontano di storie incredibili di maltrattamenti subiti in famiglia o da persone molto vicine. Come nel caso di Noemi Durini, la 16enne uccisa a settembre dal fidanzatino che tutti sapevano avere dei problemi comportamentali, ma che ha visto intervenire solo la madre della giovane. Qualche giorno prima della sua scoparsa Noemi aveva postato su facebook foto e parole che lasciavano intendere di essere vittima di un amore violento.

Come si legge dal sito del Telefono Rosa piemontese, fare i conti con la violenza domestica significa mettere in gioco i propri sentimenti e pensieri, confrontarsi con i preconcetti e prendere una posizione. Questo non sempre facile, soprattutto se si conoscono entrambi: la donna che subisce violenza e l’uomo che l’esercita perché, credere e denunciare, significa schierarsi dalla parte delle donne che subiscono violenza.

Esistono, come elenca il Telefono Rosa, dei campanelli d’allarme che possono essere facilmente riconosciuti (psicologici, comportamentali, fisici) e che possono aiutare a comprendere se una donna sta subendo una violenza. Di seguito le risposte fornite dal sito del centro antiviolenza piemontese (telefonorosa.altervista.org)

Da cosa si riconosce se una donna viene maltrattata?

Esistono diversi indicatori.

psicologici: stati d’ansia, stress, attacchi di panico, depressione, perdita di autostima, agitazione, autocolpevolizzazione

comportamentali: ritardi o assenze dal lavoro, agitazione esagerata per l’assenza da casa, racconti incongruenti sulle ferite, passività o forte insicurezza nelle relazioni, isolamento sociale

fisici: contusioni, bruciature, lividi, fratture, occhi neri, danni permanenti, aborti “spontanei”, disordini alimentari.

Ma esiste un solo modo per saperlo con certezza: chiederlo direttamente, in un contesto di calma e tranquillità.

Come è possibile aiutarla?

Assicurarsi di volerla aiutare concretamente prima di offrirle un aiuto, è fondamentale. Informarsi sulla violenza domestica, chiamare un centro antiviolenza o documentarsi sull’argomento. Non pensare di trovare soluzioni rapide, definitive, semplici.

Che atteggiamento tenere?

– Occorre prendersi tutto il tempo possibile per ascoltare il racconto, senza interruzioni.

– Credere a ciò che la donna maltrattata sta raccontando e dirglielo direttamente è molto importante. Non stupirsi del fatto che il racconto può far emergere sentimenti della donna verso il compagno molto diversi fra loro: amore e paura, stima e odio, speranza e disperazione.

– Dirle che non c’è nessuna giustificazione alla violenza e che qualsiasi cosa abbia fatto non è colpa sua.

– Farle capire che lei è attrice della sua vita, della sua felicità e che potrà farcela.

– Farle domande soprattutto per capire da quanto tempo avviene la violenza, se è aumentata nel tempo e se ci sono armi in casa. Queste domande serviranno per capire anche la pericolosità della situazione che sta vivendo. Credere alle sue paure.

Evitare di dare giudizi e consigli su quello che deve fare. Sarà lei stessa a dire ciò di cui ha bisogno.

– Spesso allo stato di maltrattamento si associa un forte isolamento e una chiusura verso l’esterno. Lei ha bisogno della vicinanza della persona che la sta ascoltando e credendo.

– Una delle minacce usate più frequentemente dal maltrattatore per ricattare la donna vittima delle sue violenze è quella di dirle che perderà i figli in caso di tentativo di abbandono o denuncia. Farle capire che lei non è una “cattiva” madre se cerca di proteggere i figli e che la violenza a cui assistono può essere destabilizzante per loro.

Come è possibile sostenerla?

– Per esempio aiutandola se chiede una mano anche per piccole cose concrete. Se non è possibile farlo, meglio cercare insieme a lei delle soluzioni alternative mettendola, magari, in contatto con centro antiviolenza come il Telefono Rosa.

Quando e chi contattare in caso di violenza?

La prima cosa da fare è sostenere le sue decisioni e rimandandole forza. Ci sono sempre rischi legati a ogni decisione presa da una donna maltrattata. Quindi se la si vuole davvero aiutarla, si deve cercare essere paziente e avere rispetto per le sue decisioni.

– Il numero di telefono del centro antiviolenza più vicino, rassicurandola che lì sarà ascoltata, troverà informazioni utili e che le sarà garantito l’anonimato.

– In caso di emergenza, Polizia 113. Carabinieri 112. Emergenza sanitaria 118. Telefono Rosa, o la Linea di aiuto sulla violenza, multilingue e attiva 24 ore su 24 in tutta Italia, 1522, con chiamata gratuita.

 

Roma, 12 aprile 2018  Convegno su la «Violenza di genere» presso la biblioteca nazionale di Roma.

“Non e’ più rinviabile, per ciascuno di noi, fare ognuno la propria parte”. Il vicepresidente del Consiglio Superiore della magistratura, Giovanni Legnini, ha aperto con questo appello l’’iniziativa voluta dalle consigliere del Csm, inclusa Maria Elisabetta Alberti Casellati, che debutta nel convegno nella sua nuova veste di presidente del Senato.

Non basta innalzare le pene

Le modifiche di legge ci sono state, l’aumento dei fondi anche, ma perché i femminicidi continuano al ritmo di uno ogni tre giorni? E cosa si può fare di più? Per rispondere a questa domanda il Csm ha disposto un monitoraggio per analizzare le falle nel sistema di protezione delle donne vittime di violenza e indicare qui soluzioni adatte per sanarle. «Non si deve cedere alla tentazione di risolvere tutto con il solo innalzamento delle pene», spiega Legnini, sottolineando come, a dimostrarlo, ci siano «le soluzioni normative dell’ultimo decennio».

«Convincimenti arcaici»

Secondo Legnini «la scommessa più importante da vincere è modificare la coscienza collettiva» e incidere su un immaginario relativo ai rapporti di genere che «affonda le radici in convincimenti arcaici». Ma gli uffici giudiziari possono essere organizzati meglio. Serve coordinamento, e collaborazione tra magistratura, forze dell’ordine, servizi sul territorio e autorità amministrative. Occorrono una maggiore specializzazione e una corsia accelerata per rendere più veloci i processi. Con le proposte illustrate in questo convegno, che diventeranno linee guida, per Legnini, il Csm scrive «un’altra bella pagina».

Casellati: «L’amore non uccide mai»

«Non si può parlare di assassino per troppo amore. Qui non c’entra affatto. L’amore non uccide mai», ha detto Elisabetta Casellati, rivendicando il suo impegno su questo tema. «Questa deve essere una battaglia di carattere culturale, ma anche sociale e normativo», ha spiegato la presidente del Senato. «Il punto di vista delle vittime va sempre tenuto in grande conto», ha aggiunto. Salutando Lucia Annibali, vittima, poi divenuta stratega anti-violenza al Dipartimento di pari opportunità.

Processi rapidi

Priorità nella trattazione dei casi di violenza sulle donne «garantendo una celere definizione» chiede Casellati «Perche – ha spiegato – non si ripetano mai più casi come quello tristemente noto di Torino, dove la lentezza della giustizia ha fatto sì che, dopo 16 anni, sia scattata la prescrizione per gli aguzzini di una ragazza che all’epoca dei fatti aveva 16 anni». Casellati ribadisce che sull’innalzamento delle pene non ha preclusioni. Anzi. Cita un detenuto che aveva ucciso la compagna e, durante una sua visita in carcere, le chiese «pene più severe» per contrastare i violenti come lui. Si dunque all’approccio integrato. Ma deve andare «dalla prevenzione, alle pene, alla fase successiva».

Paola Saraceni

 

 

 

 

 

 

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