IPOTESI DI LAVORO PER UNA CONCRETA RIFORMA DEL CARCERE

Con sempre maggiore frequenza sui media, quando viene affrontato il delicato tema del carcere, viene utilizzata la parola emergenza, al punto che quella che dovrebbe essere una eccezione sta purtroppo diventando la tragica normalità.

Questo perché il pianeta carcere presenta indubbie criticità, alcune di vecchia data, altre invece molto più recenti, che rendono il lavoro di tutti gli operatori penitenziari ogni giorno più difficile, più stressante, più rischioso.

Da troppo tempo il carcere si è trasformato in peggio, ha perso la sua natura di comunità e si è dilatata a dismisura la distanza tra operatori e ristretti, e la comunicazione tra i due mondi è distorta, poco trasparente, strumentale, e i rapporti che ne conseguono sono caratterizzati non di rado da tensioni, ostilità reciproca, talora violenza vera e propria.

Tutto ciò rende problematico, se non impossibile, delineare quei percorsi di riavvicinamento e risocializzazione sui quali deve fondarsi l’intervento trattamentale in senso lato, che viene agito da tutti gli operatori penitenziari, indistintamente, attraverso la propria presenza e l’esempio fornito quotidianamente sul posto di lavoro. Attualmente, appaiono profondamente traditi i principi che ispirarono la riforma penitenziaria del 1975 e quella successiva che nel 1990 vide nascere il Corpo della polizia penitenziaria (in seguito allo scioglimento del Corpo degli agenti di custodia), principi che vennero concretamente affermati in due momenti storici difficilissimi per il Paese, a causa della emergenza terrorismo nel primo caso, e di quella mafiosa nel secondo.

Di seguito, abbiamo provato a delineare le criticità che affliggono oggi il pianeta carcere, insieme con le nostre proposte finalizzate ad una loro possibile risoluzione.

SOVRAFFOLLAMENTO

Uno dei problemi cronici che affligge i nostri istituti penitenziari è il sovraffollamento, che in passato (l’ultima volta nel 2006) ha toccato punte talmente alte, da costringere il legislatore a promulgare provvedimenti di indulto per svuotare le strutture. Al 30 aprile 2021, a fronte di una capacità regolamentare di 50.785 posti, erano presenti nelle 189 carceri italiane 53.608 detenuti (con un tasso di sovraffollamento pari a circa il 5%), di cui ben 17.031 stranieri (il 32%, praticamente 1 su 3, in gran parte extracomunitari): di questi, 10.365 sono condannati, dunque in espiazione di pena definitiva.

E’ di tutta evidenza che il sovraffollamento sarebbe eliminato se anche solo una porzione di questi soggetti fosse inviata a scontare la sua pena nel Paese di origine, sulla scorta di appositi accordi bilaterali: migliorerebbero così sensibilmente le condizioni di vita dei ristretti e quelle di lavoro del personale penitenziario tutto.

Al riguardo, si precisa che oltre la metà dei detenuti stranieri (10.425, oltre il 60%), provengono da cinque soli Paesi, rispettivamente Marocco, Romania, Albania, Tunisia e Nigeria.

Per fronteggiare questo grave problema, è indispensabile intervenire massicciamente, con l’adeguamento e l’ammodernamento di molti istituti, ma anche con la costruzione di nuovi complessi penitenziari, moderni e funzionali, in grado di garantire l’esecuzione delle condanne secondo i principi costituzionali, in cui le condizioni di vita dei ristretti siano rispettose dei diritti fondamentali dell’individuo, con la presenza di spazi adeguati allo svolgimento di attività lavorative, sportive, educative, indispensabili alla realizzazione dei percorsi trattamentali e rieducativi previsti dalla normativa.

Con riferimento particolare ai detenuti più giovani, stigmatizziamo la scelta operata dall’Amministrazione di ospitare i condannati minorenni negli istituti minorili fino al compimento del 25mo anno di età, circostanza che sta creando enormi difficoltà di gestione agli operatori, a causa del concreto rischio di influenze negative dei più grandi sui detenuti infra-diciottenni; è viceversa opportuno che i giovani maggiori di 21 anni, anche se condannati da minorenni, vengano ristretti in sezioni dedicate all’interno degli istituti per adulti.

SORVEGLIANZA DINAMICA

Questa modalità operativa è stata adottata per rispondere alle contestazioni del Consiglio d’Europa (sentenza Torreggiani) in merito al trattamento inumano sofferto dai detenuti in ragione del sovraffollamento delle celle, che è stato aggirato restituendo alle stesse la funzione di mere stanze di pernottamento, permettendo ai reclusi di rimanere aperti per il resto della giornata.

A causa delle croniche carenze di opportunità lavorative, di corsi scolastici e di formazione professionale, di attività sportive, la sorveglianza dinamica ha determinato quasi ovunque all’interno degli istituti, un caotico via vai di soggetti, nullafacenti, con gravi rischi per il personale e per la sicurezza delle strutture. Il modello in esame può trovare applicazione soltanto in presenza di attività lavorative, scolastiche e culturali, sportive, fortemente strutturate, che impegnino i ristretti nell’arco della giornata, così come all’interno di strutture adeguate, in termini di spazi e sistemi di videosorveglianza, che permettano di conciliare la sorveglianza dinamica con l’ordine e la sicurezza degli istituti, intesa come sicurezza del personale e degli stessi ristretti, offrendo ai ristretti un regime penitenziario realmente risocializzante, fatto di attività programmate, organizzate, di regole da seguire in vista di obiettivi precisi da perseguire.

ATTIVITA’ LAVORATIVE

E’ universalmente riconosciuto che l’attività lavorativa e la formazione professionale costituiscano gli strumenti principali per favorire il processo di risocializzazione di detenuti, come previsto dall’articolo 27 della nostra Costituzione: in questo senso, l’Amministrazione deve creare queste occasioni all’interno di ogni struttura, attraverso la creazione di lavorazioni per il suo fabbisogno interno (mobilia, vestiario, suppellettili,…) ma anche lavorazioni di qualità per il mercato esterno, attraverso l’ingresso di aziende private all’interno degli istituti, che possano coinvolgere i detenuti, attraverso un’adeguata formazione professionale ed il loro successivo impiego (si pensi, a titolo di esempio, alla pasticceria industriale da anni in funzione presso la casa di reclusione di Padova).

SANITA’ PENITENZIARIA

Il trasferimento delle competenze della sanità penitenziaria alle ASL dal 1 aprile 2008, per mezzo della riforma prevista dalla legge 30 novembre 1998, n. 419, e dal successivo decreto legislativo 22 giugno 1999, n. 230, sul riordino della medicina penitenziaria, ha creato forti disfunzioni e ritardi nella cura dei ristretti, oltre ad un aggravio di incombenze per il personale di polizia penitenziaria.

E’ indispensabile il ritorno di queste competenze al Ministero della Giustizia, a tutela del diritto alla salute dei ristretti, e per migliorare la condizioni di lavoro e la sicurezza del personale penitenziario.

Detta riforma, infatti, a dispetto delle intenzioni di migliorare i livelli assistenziali in favore dei ristretti, ha di fatto creato forti disparità all’interno degli istituti nelle diverse regioni, ricalcando le stesse difformità esistenti tra queste in tema di assistenza sanitaria.

In aggiunta, il personale di polizia penitenziaria risulta oggi gravato dall’onere di tradurre presso gli ospedali i detenuti soggetti a visite ed accertamenti, non più effettuabili negli istituti, con un considerevole aumento dell’impegno di risorse umane ed economiche, nonché dei rischi connessi a detti spostamenti.

Da parte loro, anche i Servizi Sanitari Regionali sono stati gravati di un ulteriore carico di lavoro e di risorse, e l’assistenza sanitaria dei detenuti non ha visto alcun progresso, al contrario.

Crediamo pertanto che una soluzione potrebbe essere quella di creare all’interno del Ministero della Salute un Dipartimento della Sanità penitenziaria, con uomini e risorse dedicate in via esclusiva al delicato tema, che nel corso di decenni ha visto centinaia di medici, infermieri e operatori sanitari diversi, accumulare un patrimonio prezioso di conoscenze e di esperienza, perché il malato detenuto non può essere curato senza tenere conto della variabile detenzione, e della sua influenza sulla salute fisica e psicologica di ogni ristretto.

ORGANICI

Alla base di ogni intervento volto a migliorare le condizioni di lavoro all’interno degli operatori penitenziari, c’è la necessità di adeguare gli organici del personale di polizia penitenziaria e di quello addetto all’area del trattamento.

Le pesanti carenze di organico influiscono infatti in modo determinante sulla possibilità di operare nel rispetto dell’ordine e della sicurezza degli istituti, perseguendo nel contempo il fine ultimo indicato dall’articolo 27 della Costituzione, e cioè il reinserimento sociale dei condannati.

Ma anche le condizioni di lavoro degli operatori penitenziari devono essere in linea con la vigente normativa, ragion per cui è indispensabile procedere alla massiccia immissione in ruolo di migliaia di giovani, sia all’interno del Corpo di polizia penitenziaria, sia nei profili del personale amministrativo e tecnico, con particolare riguardo a quello dell’area trattamentale, impegnato in prima fila nell’opera di risocializzazione dei ristretti attraverso il coinvolgimento di questi ultimi nelle attività organizzate allo scopo.

Con riferimento alle procedure di selezione del personale, si evidenzia l’esigenza di operare un serio accertamento della idoneità allo svolgimento delle delicate funzioni, in particolare per gli aspiranti all’arruolamento nel Corpo di polizia penitenziaria, attraverso l’utilizzo di appositi test e verifiche da parte di esperti del settore, anche esterni all’Amministrazione, al fine di accertare il possesso da parte degli aspiranti di quelle capacità e abilità note come soft skills (empatia, capacità di ascolto e di mediazione, …), indispensabili per instaurare relazioni significative con l’utenza, in termini di autorevolezza e rispetto reciproco, e non basate viceversa sull’autoritarismo e su rapporti di forza.

Va poi aggiunto che non è più rinviabile l’inserimento di tutto il personale in servizio negli istituti penitenziari (compresi quelli minorili) attualmente inquadrato nel comparto funzioni centrali, all’interno dei ruoli tecnici del Corpo di polizia penitenziaria, per porre fine ad una sperequazione, economica e giuridica, nei confronti di centinaia di operatori che condividono con i loro colleghi in divisa i rischi e i disagi di lavorare all’interno del carcere, e che costituisce un elemento di forte criticità per gli assetti organizzativi degli istituti.

Il Coordinatore Nazionale

Paola Saraceni

                                                                                                                                                                      347.0662930 –fsi.funzionicentrali@usaenet.org

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