Al Ministro della Giustizia Marta Cartabia e Al Capo Dipartimento DAP Bernardo Petralia

LA POLIZIA PENITENZIARIA A 30 ANNI DALLA RIFORMA

La riforma che nel 1990[1] sancì lo scioglimento del Corpo degli agenti di custodia e la nascita del Corpo di polizia penitenziaria segnò un cambiamento epocale nella cultura giuridica del nostro Paese, completando quel processo di rinnovamento e di profonda trasformazione del pianeta carcere avviato con la riforma penitenziaria del 1975[2]

La smilitarizzazione del Corpo determinò una importante valorizzazione di tutti coloro che ne facevano parte, trasformando la loro funzione da esclusivamente custodiale ed improntata al mero mantenimento della sicurezza all’interno degli istituti, in una più complessa, orientata anche ad interventi sinergici con gli altri operatori penitenziari finalizzati ad instaurare rapporti significativi e costruttivi con l’utenza, in linea con la previsione normativa dell’articolo 27 della Costituzione che sancisce che le pene devono tendere alla rieducazione del condannato.

 Oggi purtroppo, il rispetto di questi principi vacilla paurosamente, a causa delle tante disfunzioni che affliggono i nostri istituti, e che rendono il lavoro del personale di polizia penitenziaria oltremodo gravoso, demotivante e pericoloso.

L’attuale modello organizzativo della vita detentiva denominato “sorveglianza dinamica” sta mostrando tutti i suoi limiti: dalla sua adozione sono aumentati in modo esponenziale le aggressioni al personale, quelle ai detenuti più vulnerabili, le risse, e perfino gli atti di autolesionismo tra i ristretti.

Questo perché il modello, adottato per rispondere ad una precisa condanna della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, ha di fatto aperto le celle a quasi tutti i detenuti (esclusi quelli rinchiusi nei circuiti più duri) senza contestualmente impegnarli in attività organizzate e finalizzate al trattamento rieducativo (lavorative, culturali e scolastiche, formative, sportive), per cui ci troviamo di fronte ad una sorta di autogestione da parte dei ristretti, ove naturalmente imperano i boss e le personalità più forti, mentre i più deboli soccombono.

In tali scenari, è diventato pericoloso per il personale di polizia penitenziaria perfino avventurarsi negli spazi comuni affollati da centinaia di soggetti in libera uscita.  Non va dimenticato poi che in molti istituti il personale è insufficiente, non solo quello di polizia:

così, in quelle numerose realtà ove gli educatori sono carenti, il personale di polizia è costretto giocoforza a supplire con interventi tampone, provvisori, che non soddisfano l’utenza, ma costituiscono un aggravio di lavoro e di stress per gli operatori in divisa.

Il carcere deve tornare a funzionare come una comunità, nel rispetto ovviamente dei ruoli e delle funzioni di ognuno, attraverso la sinergia tra tutti gli operatori, perché tutti orientati al raggiungimento dello stesso fine istituzionale, e cioè garantire ai ristretti le opportunità previste dalla Costituzione e dalla legge penitenziaria, nel pieno rispetto dell’ordine degli istituti e della sicurezza del personale e dei ristretti stessi.

Crediamo che oltre all’esigenza di assumere il personale necessario a colmare le lacune degli organici, sia indispensabile garantire percorsi formativi continui e permanenti a tutti i livelli, mentre in sede di selezione dei nuovi assunti andranno scandagliate con professionalità e grandissima attenzione, le motivazioni e le attitudini degli aspiranti poliziotti, ispettori, commissari, al fine di  accertarne l’idoneità a svolgere una professione estremamente complessa, che deve essere scelta con convincimento e passione, e non in via residuale in mancanza di valide alternative o solo per garantirsi uno stipendio.

E’ un lusso questo che chi quotidianamente si deve confrontare in modo professionale con il disagio, la sofferenza, la disperazione, la violenza, non può più permettersi.

A seguito di quanto sopra esposto e data la propria esperienza attiva nel carcere, per collaborare attivamente a trovare soluzioni che migliorino le condizioni di vita, le strutture, le modalità di lavoro e restituire dignità al lavoro della polizia penitenziaria, Le chiediamo, un incontro a breve.

 Questo sindacato vive “nel carcere” e potrebbe apportare un contributo significativo e sostanziale.

Speriamo in una risposta a breve e La ringraziamo anticipatamente.

IL COORDINATORE NAZIONALE

Salvatore Sardisco

Cell. 333/1635995

salvosardi@gmail.com



[1] Legge 15 dicembre 1990, n. 395, “Istituzione del Corpo di polizia penitenziaria”.

[2] Legge 26 luglio 1975, n. 354, “Norme sull’ordinamento penitenziario e sull’esecuzione delle misure privative e limitative della libertà”.

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