Le recenti dichiarazioni del Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti Giovannini, rese nel corso di una audizione alla Camera, sulle assunzioni di personale presso i provveditorati e le motorizzazioni, hanno fotografato un problema assai più ampio, che riguarda l’intero mondo del pubblico impiego.

Il Ministro ha riferito che molti vincitori dei relativi concorsi, una volta assunti, hanno poi rinunciato all’impiego, principalmente a causa delle retribuzioni troppo modeste e della lontananza della sede di servizio loro assegnata dalla propria città di residenza.

Un altro esempio, questa volta a livello locale, riguarda il concorso per reclutare 500 vigili urbani presso il Comune di Roma, dove a fronte di oltre 38mila domande, sono risultati vincitori in 223: ma di questi, hanno accettato il lavoro soltanto in 161, per uno stipendio che non supera 1.300 euro al mese[1].

Alla rinuncia di molti vincitori, va aggiunta un’altra motivazione che lascia liberi migliaia di posti all’interno della pubblica amministrazione: la scarsa preparazione di moltissimi candidati, come testimoniato, ad esempio, dal concorso per il personale scolastico, che ha visto circa il 90% dei partecipanti bocciati agli scritti o, esempio ancor più eclatante, il recente concorso per l’accesso in magistratura, dove su 3.797 partecipanti alle prove scritte, sono stati ammessi alla prova orale appena in 220, circa il 5% dei partecipanti[2].

Per rimanere nell’ambito della giustizia, un altro flop è rappresentato dal concorso per l’assunzione di 8.171 assistenti per l’Ufficio del processo, dove sono rimasti vuoti oltre 600 posti, attualmente in via di copertura attraverso lo scorrimento della graduatoria degli idonei[3].

Nel caso poi del concorso per l’assunzione di 2.800 funzionari tecnici per gli enti locali del Sud Italia, con uno stipendio di poco inferiore ai 2mila euro mensili, le assunzioni hanno riguardato appena 800 unità[4]: qui è stato decisivo il fatto che il contratto di assunzione è a tempo determinato, in aperto contrasto con quanto vige da sempre nel pubblico impiego.

Ricordiamo che i dipendenti pubblici sono oggi circa 3.243.000 circa, così ripartiti:

Funzioni centrali                     234.000           (con una diminuzione del 21,6% nel periodo 2011-2020)

Funzioni locali                                   400.000           (con una diminuzione del 17,9% nel periodo 2011-2020)

Istruzione e Ricerca              1.259.000         (con un incremento del 14,5 % nel periodo 2011-2020)

Sanità                                      664.000           (con una diminuzione del 2,6% nel periodo 2011-2020)

Comparto autonomo                 45.000          (con un incremento del 219 % nel periodo 2011-2020)

Comparto personale               570.000          (con una diminuzione del 7,5% nel periodo 2011-2020)[5]

Gli esempi sopra riportati, sebbene non esaustivi, sono sintomatici di un profondo malessere del mondo del pubblico impiego, dove la situazione dei lavoratori, ma soprattutto delle lavoratrici, peggiora di anno in anno.

Il problema delle bassissime retribuzioni è sotto gli occhi di tutti, più che mai in questi mesi in cui l’impennata dei prezzi sta diminuendo il potere di acquisto degli stipendi in maniera vertiginosa: la contemporanea largizione del reddito di cittadinanza (vero e proprio disincentivo al lavoro ed all’impegno che esso comporta) ha reso possibile le incredibili rinunce ad un posto di lavoro sicuro e di prestigio, come evidenziato negli esempi sopra riportati.

Ma le condizioni di lavoro dei pubblici dipendenti, al di là dei bassi livelli retributivi, sono rese drammatiche dalla impossibile conciliazione dei tempi di vita e di lavoro, specialmente per le donne che accedono in età avanzata al mondo del lavoro e si sobbarcano il peso della educazione dei figli (con le croniche carenze di asili nido) ma anche, non di rado, della cura dei genitori, anziani e non autosufficienti, per i quali è altrettanto difficile individuare una collocazione adeguata presso le strutture pubbliche.

Relativamente alla generalizzata impreparazione di migliaia di aspiranti lavoratori pubblici di cui si è detto, è facile ipotizzare una concomitanza di fattori, tra i quali l’inadeguatezza di percorsi formativi mirati ma anche dei contenuti delle procedure selettive.

Emerge in definitiva l’esigenza di operare un intervento incisivo sui pubblici dipendenti, a partire dall’adeguamento delle retribuzioni, da allineare agli standard europei, per proseguire con la creazione di una vera e propria rete di sostegno e supporto per le famiglie, fatta di asili nido pubblici in numero sufficiente e strutture sanitarie pubbliche per gli anziani non autosufficienti (adeguandone sufficientemente gli organici) per garantire le madri lavoratrici, alle quali andrà riconosciuto il diritto al lavoro agile, in modo strutturale e permanente, non solo in via eccezionale.

I percorsi di studio, soprattutto a livello universitario, dovranno permettere ai giovani interessati una formazione adeguata al superamento dei concorsi, mentre le relative procedure di selezione dovranno essere in grado di accertare le capacità e le conoscenze dei candidati effettivamente utili al loro impiego futuro nella p.a.

Senza interventi mirati ed incisivi, la macchina pubblica rischia di incepparsi definitivamente, con riflessi gravissimi sull’intero Paese.


[1] Il Messaggero (Economia News), 27 maggio 2022.

[2] Ibidem

[3] Ibidem

[4] Ibidem

[5] Ibidem