IL CASO “ILVA”

Dic 10, 2012
«Mi interessa far ripartire l’azione di risanamento e mi auguro che nessuno si opponga a questo obiettivo che è sempre più urgente»
«Io sto alla legge ed è quella pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale. Se qualcuno vuole rispettarla non è questo di cui mi occupo. Mi interessa far ripartire il risanamento».
Con questa secca dichiarazione, il ministro Clini interviene nella partita in gioco tra l’Ilva ed i magistrati.

Infatti, l’Ilva gioca la carta della rinuncia al Riesame che si sarebbe dovuta discutere il 6 dicembre p.v.  sul provvedimento di sequestro imposto ai prodotti finiti e pronti per la vendita, per poter disporre pienamente della fabbrica di acciaio sequestrata per le emissioni inquinanti che vengono riversate su Taranto, confidando sulla operatività del decreto legge firmato dal Presidente della Repubblica.
Gli avvocati dell’azienda nell’istanza di rinuncia  inviata alla Procura di Taranto hanno chiesto l’esecuzione di quanto contenuto nel decreto legge pubblicato in Gazzetta Ufficiale che prevede la continuità dell’attività produttiva nei siti industriali ritenuti strategici per l’interesse nazionale rendendo così inefficace il provvedimento di sequestro.
In questo modo i legali hanno evitato di rivolgersi direttamente ai giudici che avrebbero potuto sollevare la questione di incostituzionalità del provvedimento.
Ora la prossima mossa toccherà alla Procura che ha già fatto sapere per bocca del Procuratore Franco Sebastio che “ E’ opportuno che noi non ci pronunciamo. La questione è complicata”.
Si è già aperto, quindi, il conflitto tra i poteri dello Stato.
E, mentre si consumano tutti questi conflitti, di sicuro gli unici a pagarne le conseguenze sono i cittadini di Taranto,i lavoratori dell’azienda ed i cittadini italiani.
Non è certo di oggi il problema dell’inquinamento ambientale dell’azienda Ilva.
Le responsabilità aziendali e politiche locali e nazionali sono certamente annose e vanno ricercate e punite severamente.
Ma è necessario valutare con serenità il grave impatto sociale:
di una chiusura indiscriminata degli impianti che nuocerebbe al Paese privato dell’industria pesante e costretto ad acquistare all’estero i prodotti che non sarebbe più possibile produrre in casa
occupazionale per la perdita del lavoro per migliaia di lavoratori (considerando anche l’indotto e le altre aziende del gruppo), nell’attuale grave crisi economica che non accena a miglioramenti.
Sarebbe auspicabile, quindi, operare per il bene comune senza inutili personalismi ed ognuno per le proprie competenze e responsabilità per risolvere celermente e finalmente il problema e mettere in sicurezza sia i cittadini che i lavoratori.
Una cosa è certa: è giunto il momento per tutti coloro che hanno per anni privilegiato il profitto ai danni della comunità e dei lavoratori di provvedere alla messa a norma degli impianti di produzione.
Vincenzo Mervoglino