Le case di comunità sono destinate a diventare un punto di riferimento fondamentale per i cittadini, offrendo assistenza sanitaria continua grazie alla presenza dei medici di famiglia sette giorni su sette. Questi centri contribuiranno a ridurre il ricorso inappropriato agli ospedali, in particolare al pronto soccorso. Questo è quanto sottolineato dal ministro della Salute, Orazio Schillaci, che ha recentemente tracciato un bilancio sul futuro della sanità territoriale e sul ruolo cruciale che i medici di base avranno nella riforma del sistema sanitario italiano. La riorganizzazione della sanità territoriale, prevista dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (Pnrr), è essenziale per affrontare sfide come l’invecchiamento della popolazione e l’aumento dei malati cronici nel nostro Paese. Tuttavia, a meno di due anni dalla scadenza del 2026, i dati mostrano un preoccupante ritardo: secondo l’ultimo monitoraggio di giugno, meno della metà delle case di comunità previste sono attive, e quelle in funzione soffrono gravi carenze di personale e offrono un servizio limitato. Inoltre, non meno allarmante è la battuta d’arresto che ha subito la riforma dell’assistenza agli anziani non autosufficienti, anch’essa parte del Pnrr. Nonostante l’entusiasmo iniziale per la legge delega, il decreto che avrebbe dovuto implementare la riforma ha deluso, attuando solo in parte quanto previsto dal Parlamento.
Il ritardo della sanità territoriale
La riorganizzazione della sanità territoriale mira a creare una rete capillare e digitale, in grado di rispondere ai bisogni sanitari dei cittadini senza che questi debbano ricorrere ai pronto soccorso o agli ospedali. Entro il 2026, sono previste 1.038 case di comunità, ma ad oggi, a giugno 2024, ne sono attive solo 413, distribuite in appena 11 regioni. Inoltre, tra quelle operative, molte non sono completamente funzionali: in 120 non c’è nemmeno un medico, mentre in 58 sono disponibili solo per meno di 30 ore settimanali. Queste carenze di organico rischiano di ridurre le case di comunità a strutture vuote, incapaci di garantire i servizi necessari.
Il nodo dei medici di famiglia
Un altro aspetto fondamentale riguarda la riforma del ruolo dei medici di famiglia. Il Ministero della Salute sta valutando la possibilità di assumere i medici di base come dipendenti pubblici, per farli lavorare nelle case di comunità. Questa proposta è stata fortemente criticata da diverse organizzazioni, tra cui Filippo Anelli, presidente della Federazione degli Ordini dei Medici, che l’ha definita “assurda”. Anche la Federazione Medici Territoriali, sindacato che rappresenta i medici di medicina generale, ha espresso il suo dissenso, minacciando mobilitazioni se la riforma dovesse procedere in questa direzione.
La riforma dell’assistenza agli anziani non autosufficienti
Parallelamente alla riorganizzazione della sanità territoriale, anche la riforma dell’assistenza agli anziani non autosufficienti ha subito un brusco arresto. La legge delega 33/2023 aveva suscitato grandi aspettative, proponendo un modello integrato di servizi domiciliari, residenziali e di supporto economico. Tuttavia, il decreto legislativo 29/2024 ha attuato solo in minima parte le disposizioni della legge, rinviando molte decisioni future. Le criticità principali sono state sollevate dal “Patto per un nuovo welfare per la non autosufficienza”, un network di organizzazioni della società civile. Secondo il Patto, il decreto non apporta modifiche significative al sistema assistenziale, che rimane insufficiente, e l’indennità di accompagnamento continua a essere erogata con criteri obsoleti e inadeguati.
I servizi domiciliari e residenziali
L’Italia non ha ancora sviluppato un sistema unitario di assistenza domiciliare per persone non autosufficienti. I servizi esistenti, come l’Assistenza Domiciliare Integrata (ADI), sono limitati e frammentati, con una media di sole 16 ore annue di assistenza per ogni anziano. Questo riflette un modello prestazionale che non risponde adeguatamente alle necessità degli utenti. Anche i servizi residenziali sono insufficienti: il tasso di ricovero in strutture per anziani non autosufficienti in Italia è solo dell’1,6%, ben al di sotto della media europea del 3,6%. La legge delega aveva enfatizzato la necessità di garantire un’assistenza di qualità, ma il decreto non ha definito piani concreti per raggiungere questi obiettivi, rinviando la questione.
L’indennità di accompagnamento
Infine, la legge delega proponeva una riforma dell’indennità di accompagnamento, istituita nel 1980, che oggi prevede una somma fissa indipendentemente dal grado di bisogno assistenziale. La proposta era quella di introdurre una “prestazione universale” modulata in base alle necessità, consentendo ai beneficiari di scegliere se ricevere il sostegno economico o i servizi personalizzati. Tuttavia, il decreto legge 29/2024 ha introdotto solo una misura sperimentale e temporanea, valida solo per il biennio 2025-2026, e destinata a soli 25.000 beneficiari, con un assegno mensile di 850 euro. Le associazioni denunciano che questa misura non risolve i problemi strutturali del sistema, mantenendo in vita un modello inefficiente e obsoleto.
