La Commissaria europea per il lavoro e i diritti, Roxana Minzatu, ha esposto i numeri con fermezza davanti a un emiciclo che è piombato in un silenzio inquieto. Non si tratta di un allarme teorico, ma di una crisi già in corso, che sta mettendo a dura prova molti sistemi sanitari del continente. E il futuro non lascia spazio all’ottimismo. Da Murcia a Stoccolma, da Atene a Varsavia, i parlamentari si alternano al microfono per denunciare la stessa emergenza: reparti che chiudono, liste d’attese infinite, personale che getta la spugna. Eppure, come testimoniano i dati, l’Europa non ha mai sfornato così tanti medici e infermieri. Solo che questi professionisti, freschi di laurea, fanno armi e bagagli e migrano dove l’erba è più verde.

Chi si aspettava che la fine della pandemia avrebbe riportato la calma negli ospedali europei è rimasto deluso. Nel caso italiano il Covid ha solo accelerato un collasso annunciato, le cui cause affondano le radici in decenni di miopia politica e tagli indiscriminati.

“Non bastano i soldi” dice il Segretario Generale FSI-USAE , Adamo Bonazzi, “Ci sono due questioni che vanno affrontate: una organizzativa del sistema sanitario ed una professionale per gli operatori. Si deve riconoscere loro il rispettivo ruolo e circoscrivere l’ambito di intervento di ogni diverso professionista o ci sarà permanentemente un’insoddisfazione generalizzata.”

Ufficio Stampa FSI-USAE