La Corte Costituzionale è stata chiamata, lunedì 20 gennaio, a decidere sull’ammissibilità del referendum abrogativo legato alla legge Calderoli sull’autonomia differenziata . L’attesa era alta, con tutti gli occhi puntati sui giudici presieduti temporaneamente da Giovanni Amoroso, in attesa del completamento del quorum per la nomina definitiva del presidente.
Nonostante il rinvio dell’udienza dal 13 al 20 gennaio per dar tempo al Parlamento di eleggere quattro nuovi membri, nessun accordo è stato raggiunto tra i partiti, e i giudici hanno dovuto deliberare in undici.
La principale argomentazione contro l’ammissibilità del quesito era che la legge, nelle sue fondamenta, non esiste più nella forma originaria: i principi ispiratori sono stati riscritti, e molti passaggi chiave, come la gestione dei Lep (Livelli Essenziali di Prestazione), sono passati dall’esecutivo al Parlamento. Il governo sulla vicenda ha scelto di mantenere un basso profilo.
A difendere la legge Calderoli c’era solo la Regione Veneto, rappresentata dal costituzionalista Mario Bertolissi, mentre il governo non ha inviato l’Avvocatura dello Stato a sostenere l’inammissibilità del quesito che in ogni caso non è passato. Passate invece le richieste di referendum abrogativo o parzialmente abrogativo su alcuni punti del Jobs Act, sugli appalti e sul “dimezzamento da 10 a 5 anni dei tempi di residenza legale per la cittadinanza italiana.
Ufficio Stampa
