Ieri, presso la Sala Minervini del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria (Ministero della Giustizia), la delegazione FSI-USAE, unitamente alle altre organizzazioni rappresentative del settore, ha partecipato all’incontro con la delegazione di parte pubblica guidata dal Direttore Generale del Personale e della Formazione, dr.ssa Rita Russo.

La nostra delegazione era costituita dal Segretario Generale, Adamo Bonazzi, dalla Segretaria Nazionale di Federazione, Paola Saraceni, dal Coordinatore Nazionale della Dirigenza Penitenziaria di diritto pubblico, Enrico Sbriglia e dai Coordinatori Regionali pro-tempore, Enrico Farina e Graziano Pujia.
Per le altre oo.ss. erano presenti il SI.DI.PE., con il Segretario Nazionale Rosario Tortorella, il Vice, Nicola Petruzzelli e un’altra collega nonché, da remoto, la CISL-FP, con Mattia d’Ambrosio, e la CGIL, con Russo. La DPS, era assente.

Non ci soffermeremo su quanto hanno esternato le altre sigle, saranno esse a dirlo, rischiando altrimenti di essere degli infelici interpreti, ci limitiamo, invece, ad informarVi su che cosa è stato incentrato il nostro intervento, ancorché, con grande senso pragmatico, lo riteniamo un piccolo passo iniziale con il quale, senza infingimenti, intendiamo rappresentare, seppure in termini inevitabilmente sintetici, e a mente che l’incontro era solo (ma non è poco nell’instaurare delle serie e cordiali relazioni sindacali) di opportuna reciproca cortesia, le nostre rivendicazioni di partenza e non di arrivo, perché le prime sono quelle che si potrebbe affermare “del minimo sindacale”.

Il Segretario Generale, Bonazzi, ha avviato la discussione rappresentando come la Dirigenza penitenziaria soffra di un vuoto normativo regolamentare che attiene all’in sé della funzione la quale, pur se dettagliata da leggi e norme ordinarie (Ordinamento Penitenziario, Legge n. 154/2005, Dlgs. N. 63/2006) e coerente con principi di diritto sovranazionale e costituzionale, manca di quella organicità riferita proprio al rapporto speciale di lavoro di evidente rilevanza pubblica, acquisibile esclusivamente attraverso un contratto articolato ed esaustivo di lavoro, determinando così gravi ripercussioni sulla sfera giuridica, trattamentale ed economica dei dirigenti penitenziari di diritto pubblico. Praticamente alla mercè degli eventi o costretti a subire l’applicazione, pure per difetto, di altre norme contrattuali alle quali si è fatto costantemente riferimento (quello della dirigenza della Polizia di Stato), benché tale esercizio dovesse essere per davvero straordinario e provvisorio in attesa del contratto di lavoro vero e proprio.
Nel suo intervento ha altresì sottolineato che, in attesa della formulazione di un contratto, sarebbe in ogni caso opportuno stabilire e sottoscrivere un protocollo delle relazioni sindacali.

La Segretaria di Federazione, Paola Saraceni, ha accennato all’esigenza di una visione d’assieme del personale che opera nell’esecuzione penale, ivi compresa quella riferita al mondo minorile, così come a quella dell’esecuzione penale esterna.
L’importanza che non si perda assolutamente tale prospettiva è fondamentale, perché determinerebbe lo snaturamento di un mondo che deve rimanere unito ed omogeno pur nella evidente specialità di ruoli, mansioni, responsabilità, perché una e solo una è l’esecuzione penale e spesso i destinatari della stessa navigano, ove non si pervenga ad un loro effettivo reinserimento, nello stesso mare di criticità penale.
Ci riferiamo, evidentemente, al personale dell’area trattamentale, ai contabili, agli amministrativi, oltre che ovviamente al personale di polizia penitenziaria ed al personale sanitario (quest’ultimo dipendente dalle ASL).

Il Coordinatore Nazionale della Dirigenza Penitenziaria, Enrico Sbriglia, ha invece, in termini forse più “ragionieristici” elencato una serie complessa di criticità che urlano l’urgenza di un intervento chiaro e risolutivo dell’Amm.ne, del Governo, della Politica.
Ha, al riguardo, sottolineato come la dirigenza penitenziaria avrebbe dovuto avere già un suo corpo normativo da almeno 20 anni, come quelli che ci separano dalla legge istitutiva della dirigenza penitenziaria n. 154 del 27 luglio 2005, e dal successivo d.LG. N. 63/2006.
Ha ribadito che la nostra organizzazione ha preso atto con tristezza di come la categoria sia stata successivamente abbandonata e aggredita, divenendo tale circostanza, probabilmente, anche una, se non tra le maggiori, concausa che hanno favorito lo sfacelo attuale, la crisi sistemica del mondo delle carceri, il totale disorientamento che ormai da anni contraddistingue uno degli ambiti della funzione pubblica tra i più delicati e sensibili per il buon funzionamento dello Stato.
L’impegno del nostro sindacato vuole essere anche la testimonianza del lavoro, della passione professionale e dell’impegno di tante direttrici e tanti direttori che non ci sono più o che sono in quiescenza, dimenticati, che hanno speso in questa amministrazione che non è nata ieri, e neppure oggi, ma che ha una sua storia, un parte importante, se non preponderante, della loro vita; questi colleghi meritano rispetto e devono offrire, in particolare quelli che sono orami prossimi alla pensione, ai nuovi dirigenti un aiuto, devono passare il testimone dell’esperienza.
Allo stato attuale, infatti, si può constatare come le giovani ed i giovani colleghi siano stati scaraventati nel baratro penitenziario, spesso assegnati, senza che agli stessi fossero state spiegate con chiarezza e verità, le grandi difficoltà di sistema che avrebbero dovuto affrontare, in istituti penitenziari già da anni noti per le loro problematicità e criticità: sono diventati questi neo-dirigenti carne da macello…
Direttori costretti ad operare in contesti spesso demotivati, dove il clima organizzativo non era dei migliori, dove tra i conflitti sindacali e quelli con la stessa utenza detenuta si gareggiava per acquisire il primato della criticità…
Direttrici e direttori violati nei loro diritti di lavoratori, ancorché dirigenti, il cui lavoro è stato, alla prova dei fatti, banalizzato e la stessa amministrazione è apparsa non poche volte volerlo favorire.
Un’Amministrazione che ha avvicendato, nell’arco di venti anni, dal 2000, ben 13 Capi DAP, tutti magistrati, più di uno ogni due anni: follia amministrativa o ricerca esclusivamente di altre finalità, interessi…
Ogni Capo del DAP ha voluto costituire gruppi di lavoro, tavoli di esperti, commissioni di studio: in tema di suicidi, di piano carceri, di organizzazione e riorganizzazione della macchina ministeriale, di quel Moloch ministeriale dove però non ci sono persone detenute…, senza mai interessarsi veramente dell’unico posto dove si gestisce in presenza il personale e si governano i detenuti: le carceri.
Tutti i dirigenti costretti a subire le spiegazioni di presunti soloni, di regola “esterni”, del mondo penitenziario che avrebbero dovuto aprire alla verità rivelata quel mondo di operatori penitenziari che, invece, sulla propria pelle vivevano le contraddizioni di un sistema al quale sono sempre state negate le risorse umane, quelle finanziarie, e quelle specialità tecnico-professionali che avrebbero dovuto avere da tempo all’interno della propria organizzazione…: su una nave militare, se c’è un guasto elettrico e si sta in mezzo al mare, non chiamano, previo gara di appalto e semmai al ribasso, un’azienda per le riparazioni, perché ha già i suoi apparati tecnici, il personale specialistico in loco…le carceri, le galere, non sono cosa diversa…
Ma veniamo all’oggi, cosa lamentano e cosa chiedono le dirigenti ed i dirigenti penitenziari iscritti alla FSI-USAE:

  1. CHE SI FACCIA CHIAREZZA: La confusione amministrativa a causa della mancata armonizzazione della dirigenza allargata, trasformatasi nel tempo in una sorta di melting pot dirigenziale, sta accelerando le situazioni di criticità: inevitabile che ciò accada, con ben 5 tipologie di dirigenza, lasciando però solo ai direttori penitenziari e di uepe, o agli alter ego delle funzioni centrali del DGMC, il peso concreto, vivo, delle responsabilità amministrativa, erariali, civili, penali, etc.: oggi abbiamo la dirigenza penitenziaria diritto pubblico, quella delle funzioni centrali, quella dei generali del Corpo degli Agenti di Custodia, ruolo ad esaurimento, dove si percepiscono già da tempo, come da report che prevengono dagli stessi in quanto diversi iscritti al nostro sindacato, segnali preoccupanti di mobbing istituzionale; per chi non lo sapesse, essi sono non da oggi, ma da anni DIRIGENTI SUPERIORI, e poi i neo dirigenti della polizia penitenziaria e, dulcis in fundo, molto in fundo, i magistrati..;
  2. C’è, poi, il fermo degli sbocchi di carriera per la dirigenza penitenziaria di diritto pubblico, con dirigenti bloccati nella stessa posizione da forse 19-20 anni (come ci dicono i nostri iscritti), mentre per la dirigenza della polizia penitenziaria gli automatismi sono in sé, come per le forze armate tutte…
  3. Si pone quindi l’esigenza di una ricostruzione di carriera e di offerta di possibilità, capace anche di tenere conto della fragilità, psico-fisica, che una continua pressione lavorativa comporta sui nostri dirigenti, in specie quelli più anziani e semmai ammalati; non sappiamo se in altre amministrazioni, a parità di numero di dirigenti, vi siano tanti, come da noi, con patologie serie, eppure essi non si assentano dal lavoro se non per tempi davvero modesti finalizzati al ciclo di cure alle quali non possono sottrarsi, per poi rientrare subito al lavoro; di questo di dovrebbe pur tenere conto perché è vita, è sacrificio;
    Si chiede, pertanto, il reale riconoscimento di una dirigenza superiore non esclusivamente riferita a quella che deriva dal mero meccanicismo riferito alle analoghe disposizioni della polizia di Stato, ma che sia costruita sull’anzianità di servizio e sul merito attraverso un sistema davvero oggettivo ed indipendente di valutazione; la dirigenza superiore, inoltre andrebbe necessariamente contemplata e dovrebbe essere la precondizione per diventare dirigenti generali, fermo restando la scelta degli stessi in capo al decisore governativo e politico, ma pescando tra i migliori, nel rispetto di quel principio costituzionale di imparzialità e buona amministrazione che andrebbe sempre perseguito.
  4. Assicurare la presenza di almeno un vicedirettore negli istituti penitenziari che abbiano un numero di detenuti di 200 e più unità e proporzionalmente uguale numero negli istituti ancora più grandi; non è una questione di censo o di coorte del dirigente titolare, ma di buona e ragionevole organizzazione amministrativa, ancorché rispettosa di quel principio generale che coinvolge anche i dirigenti penitenziari nell’osservazione scientifica della personalità dei ristretti, nonché nel governo del personale tutto.
    Il direttore titolare deve certamente seguire le persone detenute, è nella sua mission, ma deve anche attendere ad un mare di tante altre cose, talché ha bisogno di avere dei vicari se non lo si vuole vedere impazzire; quale organizzazione amministrativa così complessa non ne potrebbe disporre?
    Questo significa per davvero impegnarsi, da parte dell’amm.ne, a rivedere le dotazioni organiche e disporre l’indizione di concorsi regolari, prevedendo e coprendo per tempo i vuoti di organico, ivi compresi quelli di tutti gli altri ruoli penitenziari pure di polizia.
    Al riguardo, però, questa Sigla deve lealmente affermare che l’attuale Governo ha rotto l’incantesimo, ritornando a ravvivare la comunità penitenziaria con nuove risorse umane, ancorché coprenti il cosiddetto turn over per talune categorie, ma ancora tantissimo c’è da fare e si confida che con caparbietà e buon senso continui in questo necessario percorso di riaggiustamento degli organici, indispensabili ove per davvero si voglia governare con risultati effettivi, e non con suicidi ed evasioni, oppure stupri, o lotta per bande, le carceri e l’esecuzione penale tout court.
  5. Occorre riallineare la dirigenza all’interno delle carceri, stabilendo un principio igienico e naturale, per evitare una sorta di rischio per mancanza di DUVRI, tra le dirigenze: non può esservi un dirigente della polizia penitenziaria che abbia una dirigenza più pesante, sul piano amministrativo, del direttore a capo dello stesso istituto o ufficio, perché inevitabilmente vi sarebbero dei corto-circuiti ed il personale tutto non comprenderebbe;
  6. Occorre regolamentare tutta una serie di istituti giuridici che sono rimasti confusi, lasciati talvolta al ludibrio del dirigente generale di turno: si pensi alla questione degli straordinari, dei recuperi di giorni ove non compensati economicamente, della reperibilità, del lavoro “agile” …
  7. C’è poi il gravissimo problema degli alloggi di servizio che mancano per cause imputabili alla stessa amministrazione e che vedono la retribuzione dei direttori falcidiata pesantemente dal prezzo di locazioni nelle località dove invece avrebbero diritto a fruire di foresterie, e questo a dispetto delle asserite logiche della rotazione degli incarichi che rischia di diventare una sciagura per quanti debbano sobbarcarsi prezzi di locazione altissimi. Gli alloggi di servizio gratuiti devono essere assicurati a tutti i direttori titolari e ai Comandanti, prevedendo in alternativa, ove non ve ne siano di disponibili, delle indennità che coprano eventuali locazioni, in assenza dei primi. Convenendo sul massimo erogabile e acquisendo le risorse semmai dall’ente di assistenza o dal FUG.
  8. Ma soprattutto occorre, last but non least, avviare il tavolo negoziale del 1° contratto, decorrendone gli effetti, con le necessarie compensazioni, dal 2005, prevedendo, ove occorra e per il rispetto che si deve a tutti coloro che pure in passato, ma in assenza di contratto, non hanno avuto la fortuna di vederlo puntualmente perfezionato, anche forme simboliche di ristoro, siano ove fossero in quiescenza o, purtroppo, per i loro eredi: non erano invisibili quei direttori, non erano cose inutili e i loro sacrifici si riflettevano, coinvolgendole, anche sulle famiglie… Roma li 23 settembre 2025

Ufficio stampa FSI-USAE

SCARICA IL DOCUMENTO PDF