Negli ultimi anni, il Servizio Sanitario Nazionale italiano ha dovuto fare i conti con una significativa carenza di personale, un fenomeno che ha riguardato tutte le figure professionali del settore, non solo i medici. Da più di 30 anni, l’Italia aveva visto crescere il numero degli operatori sanitari, ma dal 2008 questo trend si è arrestato, portando a una drammatica riduzione delle risorse umane. Nel 2014, ad esempio, sono stati assunti solo 80 dipendenti ogni 100 che andavano in pensione, con un ulteriore calo nel 2015 (70 su 100) e una lieve risalita nel 2017 (98 su 100), ma con numeri ancora insufficienti a coprire le necessità del sistema. Nel contempo, il ricorso al lavoro a tempo determinato è aumentato notevolmente, con il comparto sanitario che nel 2018 ha rappresentato il 45% di tutto il personale a termine nella Pubblica Amministrazione.
La situazione è peggiorata ulteriormente con l’emergenza pandemica, con un aumento del 44,6% nell’uso di personale temporaneo tra il 2019 e il 2022. La scarsità di personale ha costretto gli operatori sanitari a fronteggiare carichi di lavoro estenuanti e una crescente pressione fisica e psicologica. Questo ha avuto gravi conseguenze sul benessere dei professionisti, con il fenomeno del burnout che ha colpito il 52% dei medici e il 45% degli infermieri. È importante sottolineare che queste difficoltà riguardano tutte le figure professionali del settore, che si trovano a operare in condizioni sempre più difficili, con una carenza che interessa anche infermieri, tecnici sanitari e operatori socio-sanitari, in un contesto di incertezze e contratti precari.
Particolarmente colpite sono le professioniste donne, che costituiscono oltre due terzi del personale sanitario, ma che si trovano a dover fare i conti con una disparità nelle posizioni dirigenziali e con difficoltà aggiuntive legate alla conciliazione tra vita professionale e familiare. In più, le donne sono anche le principali vittime degli episodi di aggressione, che ogni anno coinvolgono circa 18.000 operatori sanitari, con una frequenza maggiore tra infermieri e medici. Il fenomeno delle aggressioni, spesso perpetrato da pazienti o loro familiari, si verifica principalmente nei Pronto Soccorso e nelle Aree di Degenza, dove il personale si trova ad affrontare un ambiente di lavoro particolarmente pericoloso.
La carenza di personale e le condizioni di lavoro difficili hanno avuto un impatto devastante sull’attrattività del SSN, spingendo molti operatori sanitari a cercare opportunità di lavoro all’estero o nel settore privato, dove è possibile trovare orari più flessibili, maggiore autonomia professionale e minori vincoli burocratici. La bassa retribuzione è un ulteriore fattore che ha reso il lavoro nel SSN meno competitivo rispetto ad altri Paesi: i medici e gli infermieri italiani guadagnano in media il 22% in meno rispetto ai colleghi di altri Paesi dell’OCSE.
A questo quadro già preoccupante si aggiunge il fatto che, nonostante le difficoltà, la sanità continua a essere uno degli ambiti più colpiti dalle politiche di contenimento della spesa pubblica, con una riduzione delle risorse destinate al personale. Ciò ha contribuito non solo alla disaffezione dei lavoratori, ma anche al progressivo svuotamento di valore e significato del lavoro nel Servizio Sanitario Nazionale. Secondo una survey condotta dalla Federazione dei medici internisti ospedalieri, metà dei medici (52%) e quasi il 45% degli infermieri sono affetti da burnout. Questo fenomeno è particolarmente grave tra le donne, che devono affrontare ulteriori difficoltà, come la gestione delle responsabilità familiari, spesso in un contesto lavorativo stressante.
In questo scenario complesso, che emerge dal Rapporto su Salute e Ssn dell’Osservatorio Salute, Legalità, Previdenza di Fondazione Enpam e Eurispes, l’innovazione tecnologica rappresenta una delle possibili soluzioni per migliorare le condizioni di lavoro e l’efficienza del sistema sanitario. L’Intelligenza Artificiale, la telemedicina e la robotica stanno già cambiando il modo in cui i professionisti sanitari interagiscono con i pazienti e gestiscono le informazioni. Il presidente della Fondazione Enpam, Alberto Oliveti, ha sottolineato l’importanza di “riappropriarsi dell’ars medica” per affrontare le sfide del futuro, considerando che l’Intelligenza Artificiale influenzerà profondamente le pratiche professionali, modificando anche le politiche sanitarie ed etiche.
Inoltre, il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (Pnrr) ha destinato 15,62 miliardi di euro al miglioramento del settore sanitario, con l’obiettivo di superare le criticità storiche del SSN, come i lunghi tempi di attesa, la carenza di digitalizzazione e le disuguaglianze tra le diverse regioni italiane. Gli investimenti si concentrano sulla creazione di nuove strutture di medicina territoriale, come le Case della Comunità e gli Ospedali di Comunità, e sul rafforzamento della telemedicina, con l’obiettivo di ridurre la pressione sugli ospedali e migliorare l’accesso alle cure per i cittadini.
Tuttavia, la realizzazione concreta di queste misure sta affrontando numerosi ostacoli, in particolare a livello locale, dove le Regioni e gli Enti locali stanno faticando a rispettare i tempi previsti dal PNRR. Le strutture previste sono ancora lontane dall’essere completate e operative, e la digitalizzazione delle infrastrutture sanitarie sta procedendo a un ritmo troppo lento. Questo ritardo potrebbe compromettere gli obiettivi del Piano e aumentare le disuguaglianze, sia in termini di accesso alle cure che di qualità del servizio.
L’Intelligenza Artificiale ha già mostrato promettenti applicazioni in ambito diagnostico e nella medicina predittiva, ma uno dei problemi principali resta la bassa competenza digitale del personale sanitario, con l’Italia che si trova al 18° posto in Europa per digitalizzazione. Per affrontare questa sfida, è essenziale investire nella formazione del personale e nella modernizzazione delle strutture.
Infine, il rapporto mette in evidenza che circa la metà della salute di una persona dipende dalle scelte di vita individuali. Per questo motivo, è fondamentale puntare sulla prevenzione e sull’educazione sanitaria, ma anche promuovere politiche sanitarie che tengano conto di tutti i fattori che influenzano la salute, come l’ambiente, il lavoro e l’istruzione, senza dimenticare gli aspetti globali come il cambiamento climatico e l’inquinamento. Una visione internazionale della salute è necessaria per affrontare questi problemi in modo integrato e sostenibile.
Ufficio Stampa FSI USAE
